My reality is that of films, fables, theatre and plans to conquer the world.

Momenti che segnano la giornata #87

Andare un weekend a dormire in un faro in mezzo al fiume, che quando sale la marea resta isolato proprio come fossimo in mezzo al mare.

Secondo giorno di pioggia, girare per tutti i rigattieri dei paesetti nei dintorni.

Tornare a casa con:

  • la versione di John Steinbeck delle leggende di re Artù
  • due fumetti su supereroi che combattono contro i nazisti e un fumetto su un detective scelto a caso perchè conteneva la frase “This mark of Cain - this murderer!” che mi fa molto film noir
  • una cartolina del 1917 che ritrae una casa distrutta da un tornado (ma che cartoline si spedivano all’epoca?)
  • due cartoline illustrate di NY credo degli anni ‘30
  • cinque cartoline scritte e spedite tra il 1906 e il 1967 piene di messaggi bellissimi, tra cui una che racconta di aver visto i ghiacciai per la prima volta; uno che scrive alla sua vecchia fidanzata che la ama ancora e che ora si è ripreso, sta meglio, e si firma PATOU; e la cosa più dolce che mai sia stata scritta su una cartolina, ovvero: “Dear Jane, I am sorry that I can’t play with you all summer”. Mi dispiace solo aver lasciato là la cartolina divertentissima in cui c’era scritto: “I found a man this morning. Will be home later, probably some time on Thursday”. 

"Topolino e Paperino (e le rispettive famiglie allargate) sono solo nati in America ma così profondamente radicati nell’immaginario collettivo italiano che Dino Buzzati nel 1963 cita Topolino tra le pagine del suo Un amore, riempiendone di copie lo scaffale dell’appartamento dell’amata Laide. Lo stesso Buzzati, nel 1968 scrisse che Paperino «è onesto, leale e coraggioso. Ma anche il poltrone astuto, quello che cerca di non pagare mai il dazio, quello che sogna impossibili glorie e, non raggiungendole, si sente defraudato, Paperino è la falsa vittima di tutte le ingiustizie, il conculcato, l’incompreso»"

- Massimo Triulzi, Corriere della Sera (via consquisiteparole)

(Source: lettura.corriere.it, via consquisiteparole)

meeresstille:

by Misha Katzman
mpdrolet:

Matthew Monteith
myjetpack:





My new book of cartoons “You’re All Just Jealous of My Jetpack” is out now. Details are here.

myjetpack:

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(via inajar)

Anonymous :
ti scrivo perché piacerebbe studiare cinema anche a me. hai dei consigli da darmi? qual è stato il tuo percorso di studi? l'unica soluzione è andare all'estero?

Grandi consigli non ne ho, più che altro ti posso raccontare il mio percorso atipico in cui ho capito che no, l’unica soluzione non è andare all’estero, anzi. Almeno la laurea triennale ti conviene farla in Italia.

Dunque, io parto dal presupposto che volevo andare a laurearmi in Letteratura Inglese in Gran Bretagna. Poi però sono stata accettata in un’università scozzese che offriva la possibilità di ottenere la doppia laurea in Letteratura e Cinema, così ho pensato che fosse un’opportunità molto bella ed ho accettato, se non altro perché avrei guardato un sacco di film. Dopo due lezioni mi sono innamorata persa della materia e, dopo la laurea, ho deciso di continuare per quella strada, quindi ora sono a fare un master a New York (ma solo perché mia mamma abita e lavora qui e mi ha dato questa grandissima opportunità, altrimenti non me lo sarei mai potuta permettere). Questa è la mia storia d’amore con il cinema ed è un percorso che si può fare, ma devi avere una serie di opportunità, fortune e voglia di fare particolarmente buone.

In tutto ciò però, quello che ho imparato e che mi sento di dirti è che in Italia lo studio della materia va molto bene e che all’estero le università, parlando della laurea normale (3+2), sono molto molto indietro rispetto a noi (nonostante abbia una laurea in materia, la mia conoscenza della letteratura britannica continua a derivare in gran parte dal liceo - ed ero considerata una delle più brave del corso). Oltre al fatto che sono (quasi) sicura che in un’università italiana impareresti di più, la possibilità di studiare in Italia non è per niente male, secondo me, perchè sono un po’ di anni che leggo libri e articoli interessantissimi scritti da professori italiani (che lavorano principalmente a Bologna, Udine e Roma) e a dire la verità se volessi fare un dottorato mi piacerebbe farlo in Italia (o Francia, ma questa è un’altra storia). Tieni in mente, però, che ti parlo da estranea alla faccenda perché non ho mai sperimentato in prima persona le università italiane. In più, da quel che ho capito studiare in Italia non ti permetterebbe molto di fare ricerca personale, che invece all’estero è la maggior parte del lavoro (io non do un esame da 3 anni perché mi valutano solo su saggi di ricerca su argomenti (semi) a scelta) e che secondo me è fondamentale per formarti. Potresti però ovviare a questa lacuna scrivendo tantissimo per te stesso/a e magari andando all’estero per dei periodi (erasmus, stage ecc. ecc.), almeno per vedere come si fanno le cose fuori.

Spero di essere stata d’aiuto per quel poco che posso consigliare. Se hai altri dubbi scrivimi pure a gretanordio@gmail.com, ma tieni conto che di solito ci metto un po’ a rispondere.

p.s. aggiungo solo che cinema è una materia bellissima da studiare, apre dei mondi meravigliosi ed è un’ottimo modo per studiare pure la società. Io non vorrei studiare altro.

Portrait of Gerda, Ernst Ludwig Kirchner (1914)

Portrait of Gerda, Ernst Ludwig Kirchner (1914)

fotojournalismus:

Ethiopia’s Ancient Salt Trails

(via Reuters)

“Photographer Siegfried Modola traveled to document Ethiopia’s ancient salt trade in the Danakil Depression, one of the hottest and harshest environments on earth, with an average annual temperature of 94 degrees Fahrenheit (34.4 Celsius). For centuries, merchants have traveled there with caravans of camels to collect salt from the surface of the vast desert basin. The mineral is extracted and shaped into slabs, then loaded onto the animals before being transported back across the desert so that it can be sold around the country.

Read Siegfried’s personal account here.”

Time to Dance, The Shoes (directed by Daniel Wolfe)

Caro Giuseppe Tornatore,

so che parto già prevenuta nei tuoi confronti dato che la prima e l’unica volta che ho visto Nuovo Cinema Paradiso l’ho visto nella versione integrale e ho fatto davvero fatica ad accettare che fosse considerato un capolavoro, dato che in pochissime mosse eri riuscito a rovinare un’idea meravigliosa e con un potenziale immenso. Non ho mai avuto il coraggio di guardare la versione originale tagliata, però, ecco, anche dopo essere stata informata che è di gran lunga superiore a quella integrale un po’ di sospetti su di te mi rimangono: sei probabilmente l’unico regista acclamato al mondo a cui giova (e di molto, spero) la riduzione selvaggia di un suo film. Io ero rimasta all’idea che, a parte per fini commerciali, le versioni integrali le facessero uscire per riscattare delle opere dalla loro versione barbaramente tagliata da una produzione capitalista ed incapace di cogliere il senso di un’opera d’arte. Quelle tue, invece, evidentemente le fanno uscire per farci apprezzare quant’è stata brava la produzione.

Dopo queste lunghe (e inutili) premesse, vengo al dunque: ieri ho raccontato ad un’amica la storia di Novecento, che per me è una delle migliori storie mai state pensate. Le ho detto anche che ne avevano tratto un film e che avrebbe dovuto guardarselo perché tutti, ma proprio tutti, dovrebbero sapere la storia di Danny Boodman TD Lemon Novecento. Solo che, da brava studentessa di cinema che consiglia un film ad un’altra studentessa di cinema, mi sono andata a riguardare un po’ di scene perché io il film non lo vedo da quando avevo dieci anni e fino a poco fa mi ricordavo solo tre fatti: che fosse lunghissimo, che non ci fosse una delle mie battute preferite di tutto il libro e che fosse diretto proprio da te, Giuseppino dei miei stivali. Insomma, mi è venuto il dubbio di starle consigliando un film brutto. Così ho avuto la malaugurata idea di scegliere di rivedere la scena del duello tra pianisti, uno dei miei momenti preferiti della storia. Dirò solo due cose: ma chi te lo ha insegnato a girare le scene di duelli senza creare neanche un po’ di tensione? Chi? Chiunque sia (probabilmente sei proprio tu) merita di essere incatenato per un mese intero ad una poltroncina di un cinema in cui proiettano solo western. Che non dico che tu debba girare un duello tra musicisti in un salone di lusso come il duello di Per Qualche Dollaro in Più, ma, cristo, se non mostri la tensione e la rivalità tra i duellanti che duello è? Quando Jelly Roll Morton perde ed è incazzatissimo sembra quasi che stia per scoppiare in lacrime dalla commozione e per abbracciare il suo amicone Novecento che ha appena polverizzato la sua reputazione. Non si fa. La seconda cosa è che ora ho capito da chi hanno imparato a fare le riprese di un concerto quei registi che mi fanno venire l’orticaria perché per registrare dei musicisti su un palco continuano a muovere la telecamera e tagliare e poi muoverla ancora un poco e poi tagliare tagliare tagliare: hanno imparato da te (o tu hai imparato da loro, tanto il pessimo risultato è uguale). Ma un’inquadratura che duri più di due secondi sai cosa sia? E una telecamera che non balla (neanche la muovessi a tempo di musica)?

Giuseppino, ti dico questo perché ci sono tante cose che sai fare molto bene, però rovini tutti i tuoi film con queste sviste e a me da fastidio. E soprattutto non mi fai venire nessuna voglia di guardare gli altri tuoi film (anche perché sei il più grande esportatore nostrano, insieme a D&G, del riduttivo stereotipo italico “poveri ma belli, felici, ben vestiti, che mangiano bene, cantano e amano meglio col loro dolce far niente” contro cui io combatto da quattro anni, ma questo te lo spiego un’altra volta).

Cordialmente,

Greta